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02 Novembre 2026

Lorenzo, DevOps tra Batman, Dante e una rock band

Ascolta i Pink Floyd da prima di nascere. Si porta dietro passioni diversissime, ereditate dai genitori o scoperte sui banchi del liceo. E considera fatica e merito come due facce della stessa medaglia

Lorenzo Lombardi

Cosa c’entrano i Nirvana con la Divina Commedia e i supereroi della DC Comics? Apparentemente nulla. A meno che tu non sia Lorenzo Lombardi, Technical Consultant della Practice Customer Digital Solutions. 26 anni, romano, scienziato dei materiali convertitosi presto all’IT, riesce a mettere insieme il grunge con la filosofia, le terzine di Dante Alighieri con il CI/CD. 

“Animale sociale” per sua stessa definizione e “quasi nerd” in quanto a fumetti e cinema, riesce a coniugare, con agilità da vero DevOps, passioni professionali e personali, percorrendo “strade che continuano a incrociarsi ogni giorno”. 

Raccontaci la tua storia professionale. Come hai iniziato? 

All’università ero partito da Scienze dei materiali. Ma dopo due anni ho capito che immaginarmi sempre in laboratorio non corrispondeva alle mie attitudini: mi reputo abbastanza un “animale sociale”. Così sono passato a Informatica, tornando a una passione che avevo da piccolo. Papà è un grande smanettone, uno della vecchia scuola, con le mani in pasta: da lui ho rubato molto con gli occhi. All’università ho approfondito la parte accademica e ho trovato persone e occasioni importanti. Mi sono laureato a dicembre 2024; a febbraio 2025 è arrivata la prima proposta di lavoro. Mashfrog, DevOps.  

E cosa hai scoperto in Mashfrog? 

Ammetto che quando ho accettato la proposta, non sapevo davvero a cosa andassi incontro, perché passare dallo studio teorico al lavoro reale è un nuovo mondo, tutto da scoprire. Ho trovato persone che mi hanno seguito davvero: i colleghi, Umberto, Raul e Riccardo, che è stato la mia prima guida. Tutto quello che ho imparato fino ad oggi lo devo anche a loro, e sono molto riconoscente. Nel primo anno ho preso tre certificazioni, con il sostegno dell’azienda. Qui sto molto bene: il valore di essere in Mashfrog, per me, sono soprattutto le persone che continuano a stimolarmi ogni giorno. Oggi sono impegnato su tanti progetti e mi sembra di essere diventato una spalla su cui contare quando ci sono emergenze, pur sapendo che ho ancora tantissimo da imparare.  

Sei stato tra i vincitori degli Spotlight Award, com’è andata a Londra? 

Sono appena tornato, perché ci sono andato il mese scorso. Mi è piaciuto molto anche se da “animale sociale” non sono abituato a viaggiare da solo, ma ero l’unico tra i colleghi vincitori che ha scelto settembre. Una bella occasione e un bel riconoscimento. Gli Spotlight Awards come il percorso Talent mi hanno fatto vedere che l’impegno porta risultati.  

Progetti, studio e certificazioni. Una vita intensa? 

La fatica quotidiana e il merito vanno di pari passo, sono cresciuto con questa mentalità. Ho cominciato a lavorare a 14 anni nelle vigne e poi durante l’università nei bar, alle feste, poi all’ACI, da Zara…. Nell’estate in cui ho deciso di cambiare facoltà facevo tre lavori: ripetizioni di matematica la mattina, McDonald’s il pomeriggio e consegne la sera. Nel tempo libero studiavo per il test d’ingresso. Penso che le soddisfazioni di oggi debbano molto anche a quelle esperienze e ai valori che mi hanno trasmesso i miei genitori, Fabio e Adriana. A loro devo tantissimo, come mentalità e anche come passioni. 

Che passioni ti hanno trasmesso? 

Posso dire che ascolto i Pink Floyd da prima di essere nato: quando mamma era incinta, papà le metteva sulla pancia le cuffie con The Dark Side of the Moon. È una storia che rivendico con molto affetto. Sono cresciuto con rock, punk e metal, mentre mamma ama il jazz: anche quel confronto mi ha insegnato a valorizzare ciò che apparentemente non mi riguarda. E ho trovato la mia strada “musicale”: ascolto i Nirvana dal liceo, i Verdena, gli Afterhours, i Queens of the Stone Age, alternative rock, oppure grunge. Ho seguito i gusti di mio papà e li ho evoluti. 

Ma ti limiti ad ascoltare rock o suoni anche? 

Suono la chitarra da quando avevo 12 o 13 anni. Dopo tanto tempo da autodidatta ho iniziato a prendere lezioni e, con alcuni amici, ho fondato anche un gruppo, gli Attrito. Portiamo cover e inediti e abbiamo cominciato a partecipare ai contest nei locali. La mia ragazza è un’artista visiva e ascolta tutt’altri generi musicali, ma è la mia fan numero uno. E al primo concerto sono venuti anche dei colleghi del back-end con mio grande stupore e piacere.  

Oltre alla musica hai altre passioni? 

Lo ammetto, sono “ossessionato” da Batman, ormai è inutile nasconderlo! Con gli amici organizzo call per scambiarci recensioni e consigli e mi piacciono molto i fumetti americani perché nei supereroi mi affascina l’idea della forza di una persona messa al servizio della comunità. Ma non solo un fan di Marvel e DC Comics. Con un altro gruppo di amici faccio lo stesso per i film. Non mi considero un nerd, ma certe manie ce le ho e non posso nasconderle. Solo che mi porto dietro anche passioni completamente diverse sin dai tempi del liceo, sono di ambito umanista e anche quelle sono profonde e “non mollano”. 

Ti consideri un DevOps letterato? 

Semplicemente ho avuto la fortuna di avere anche grandi professori di italiano, filosofia e latino. Per cui oggi seguo anche un corso di filosofia ma soprattutto sono un appassionato di Dante e della Divina Commedia. Ogni tanto propongo agli amici serate sull’Inferno: scelgo alcuni canti, li leggiamo e li commentiamo insieme. Per me Dante è “il nome” e soprattutto in Italia dobbiamo tutto a lui culturalmente, anche se non ce ne rendiamo conto. 

Ma come ti organizzi tra tante passioni e lavoro intenso?  

All’inizio pensavo di dover scegliere: o musica o informatica. Oggi sono strade che continuano a incrociarsi ogni giorno. Riesco a lavorare, studiare per il lavoro e coltivare la musica con il mio gruppo: è la cosa migliore che mi potesse capitare. Mi piace approfondire, che si tratti di una tecnologia, di un fumetto o di un canto di Dante. Sono abbastanza pignolo: se un problema mi prende, faccio fatica a lasciarlo lì. Più che un promotore della fatica, mi sento avverso alle scorciatoie. Anche quando uso l’AI, tutti i giorni, per velocizzare le ricerche, voglio capire e verificare: bisogna sapere quando tirare il freno a mano e mettere in dubbio una risposta. L’AI è un “collega junior” che può aiutare molto, se usato con consapevolezza e intelligenza. Ma il ragionamento e l’analisi, nel mio lavoro, non sono delegabili.